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6 maggio 1976, terremoto del Friuli Cronaca

di Gian Beppe Gatti da Croce Verde Notizie Periodico d’informazione della Croce Verde Torino, Croce Verde di Torino
Con la lucida freschezza dei ricordi dei fatti del passato che è propria di chi spesso, non ricorda quel che ha fatto il giorno prima, rivivo l’esperienza dei tragici giorni del terremoto in Friuli. La sera del 6 maggio 1976, alle ventuno, pochi minuti dopo la scossa, mi recai in Croce Verde, dove si stava svolgendo il Consiglio Direttivo. Il dottor Di Giovine, all’epoca nostro Commissario Prefettizio oltre che Vice Prefetto di Torino, si era già messo in contatto con un collega di Milano che gli confermò che una forte scossa di terremoto si era verificata nell’area del Nord Est. Si pensò subito a pianificare l’organizzazione di un possibile primo intervento e ricordo, con un pizzico di orgoglio, che alle ventitré, neanche due ore dopo l’allarme, una squadra di volontari era già pronta a partire.

La prima squadra era coordinata da chi scrive, all’epoca vice direttore dei servizi, e dai militi Azzalin, Cocciolo, Guerra, Losito, Merlo, Ricchiardi, Rumiano, Sgambeterra, Turbil, Vaona e un esterno, amico di qualche milite, che possedeva un Land Rover passo lungo che con la nostra ambulanza Fiat 238 ci permise il trasporto di tutto il materiale sanitario, delle tende e dei viveri necessari per renderci autosufficienti per 4/5 giorni. Trenta ore dopo l’evento del sisma, al termine di un lungo viaggio, rallentato dalla Prefettura, che in un primo tempo non ci diede il permesso di partire, e dalle condizioni dei mezzi a nostra disposizione certamente non veloci e troppo carichi, arrivammo a Udine verso le 3 di mattina. Ci presentammo prima alla Prefettura, quindi al Comando dei Vigili del Fuoco che fungeva da centro di coordinamento. Qui era stato approntato un tabellone con l’elenco dei comuni interessati dal terremoto e le varie colonne con le indicazioni relative ai medici, le ambulanze, i farmaci, le tende, i generi alimentari e tutto quello che poteva servire.

Il vigile responsabile, dopo averci chiesto di cosa disponevamo, consultò il tabellone e ci assegnò il comune di Artegna come nostra area di competenza; in quel paese confinante con Gemona, che era il centro più colpito dalla scossa, non era ancora entrato nessuno. Raggiunta quindi Artegna, ci rendemmo subito conto della gravità della situazione: nelle vie del paese si procedeva a fatica in mezzo alle macerie. Nella piazza della Chiesa, vicino al Municipio, trovammo allestito un piccolo pronto soccorso gestito, dalla sera del sei, dall’ostetrica del paese che, con l’aiuto del marito e di una volontaria, aveva ininterrottamente fatto fronte alle richieste di soccorso. Furono davvero felici di vederci, soprattutto la signora che era quasi al collasso per lo stress e la fatica cui si era sottoposta. Dopo aver velocemente scaricato i mezzi, montammo due tende, una adibita ad ambulatorio, la seconda per creare una piccola farmacia. Nel frattempo l’ambulanza, alla guida dell’instancabile Merlo, iniziò a operare senza sosta per soccorrere e trasportare i tanti feriti all’ospedale di Udine.

Operammo senza sosta con i pochi mezzi che avevamo a disposizione. Il nostro gruppo si andò allargando con il passare delle ore: dapprima si misero a disposizione due giovani, una ragazza che conosceva tutto del paese e un ragazzo munito di motorino che, tramite la rete dei radio amatori ci procurava ogni cosa di cui sorgesse necessità; poi, due suore ci offrirono la loro opera e furono subito impiegate nella gestione della farmacia. Arrivarono anche altri medici da Trieste e da Reggio Emilia.

Il primo giorno fu intensissimo, con una temperatura estiva, ma solo verso mezzanotte, sopraffatti dalla stanchezza, raggiungemmo il torrente per rinfrescarci. Il giorno seguente iniziammo di mattina presto con 2500 vaccinazioni per la popolazione. A metà del terzo giorno arrivò da Torino una seconda squadra, composta da Cabodi, Galliano, Macario, Pasquino, Vianco, a capo di una colonna di aiuti inviati dalle Pubbliche Assistenze piemontesi. I nuovi arrivati si trovarono, oltre all’impegno di prestare aiuto alla popolazione, anche quello di trasferire il campo, poiché una forte scossa delle sei di quella mattina aveva reso pericolosa la zona vicino al Municipio, sede del nostro punto operativo.

Quando nel pomeriggio del quarto giorno arrivò il nostro cambio con a capo Pier Mario Rosso, fummo dispiaciuti di dover lasciare tutto ciò che in quattro giorni avevamo messo in piedi, pur riconoscendo dentro di noi che la resistenza fisica ed emotiva era veramente al limite. Ho riassunto in poche righe la cronaca dei quattro indimenticabili giorni trascorsi ad Artegna sotto l’incubo del terremoto, ma occorrerebbero davvero molte pagine per parlare dei tanti aneddoti, delle persone e dei loro volti, dell’umanità trovata in quei luoghi di sofferenza.

Nel 2006, con Merlo e Rosso, in occasione del trentennale del terremoto, siamo ritornati ad Artegna, dove abbiamo incontrato persone che ancora si ricordavano di noi, abbiamo rivisto luoghi che per trent’anni erano rimasti nel nostro cuore e nella nostra memoria, e che lì continueranno a rimanere per sempre.

Dopo l’intervento iniziale della prima squadra, dalla Croce Verde partirono solo dei mezzi per il trasporto dei materiali di vario genere che erano raccolti a Torino. Così successe da tutte le regioni italiane. Non esisteva una protezione civile organizzata (da lì nacque poi il primo nucleo nazionale sotto la guida di Zamberletti), non esistevano campi organizzati, ma gli sfollati erano ricoverati solo nelle baracche. Il coordinamento dei soccorsi è stato attivo solo all’inizio per smistare le squadre di primo soccorso. In seguito, l’arrivo del materiale non era organizzato (ognuno mandava quello che raccoglieva) e lo smistamento era un po’ un ”assalto alla diligenza”. Esisteva un minimo di assistenza medica, dopo la prima fase critica di soccorso per la raccolta dei feriti, fatta da medici volontari per le operazioni di vaccinazione, ecc.


Dal sito www.protezionecivile.gov.it

Militari, civili, volontari impegnati nelle operazioni di scavo e nelle prime cure ai feritiIl terremoto venne avvertito in quasi tutta l'Italia centro-settentrionale, fino oltre Roma. La zona maggiormente colpita fu la media valle del Fiume Tagliamento, ma i paesi interessati dai danni furono numerosissimi. In totale 119 comuni nelle province di Udine e Pordenone subirono danni più o meno gravi. Nonostante fosse conosciuta l’elevata sismicità della regione ed in particolare della zona di passaggio tra la pianura ed i rilievi montuosi, la maggior parte dei comuni gravemente danneggiati, come ad esempio Buia, Gemona ed Osoppo, non erano classificati sismici e non erano quindi soggetti all’applicazione di norme specifiche per le costruzioni,
Il danno al patrimonio edilizio fu enorme ed anche l’impatto sull'economia fu notevolissimo: circa 15.000 lavoratori persero il posto di lavoro per la distruzione o il danneggiamento delle fabbriche.

Nelle ore che seguirono la violenta scossa, la forte presenza militare in Friuli consentì, fortunatamente, che le operazioni di soccorso fossero sufficientemente rapide ed efficaci, facilitando lo sgombero delle macerie, l'allestimento di ricoveri provvisori e cucine da campo, la riattivazione dei servizi, riducendo così i disagi ai terremotati. Il sisma del 1976 in Friuli ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica; peraltro fu anche il primo terremoto in cui “la diretta” televisiva portò le immagini del dolore e della distruzione in tutte le case italiane.

La scossa del 6 maggio fu seguita da numerosissime repliche, alcune delle quali molto forti; in particolare la scossa del 15 settembre, alle ore 10:20, magnitudo 5.9 (Maw), che raggiunse l’intensità del VIII-IX grado MCS provocando 12 vittime, ulteriori distruzioni ed aggravando il danno già causato dal terremoto del 6 maggio agli edifici non ancora riparati.

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18 agosto 2015 - Ricorre oggi il venticinquesimo anniversario della tragedia di Charlie Alpha, quando l'elisoccorso del 118 si schiantò sul monte reggiano causando la morte di quattro soccorritori.
Questa mattina a Parma verrà ricordata la tragedia del 18 agosto 1990, quando l'elisoccorso del 118 dell'ospedale Maggiore si schiantò contro il monte Ventasso a causa della scarsissima visibilità generata dalla nebbia.
A bordo dell'elicottero Echa – nome di riconoscimento Charlie Alpha - si trovavano il pilota Claudio Marchini, il medico anestesista Anna Maria Giorgio, gli infermieri Corrado Dondi e Angelo Maffei. Erano partiti dalla centrale operativa del 118 di Parma per raggiungere Sologno di Villa Minozzo, dove un uomo era rimasto ferito da un colpo di fucile. Nel viaggio lungo la dorsale dell'Enza sino al reggiano trovarono una scarsissima visibilità, e alle 8.25 l'elicottero si scontrò contro le rocce della parte più elevata del monte Ventasso, sul versante ramisetano della vetta.
Nello scontro, tutti e quattro i componenti dell'equipaggio morirono sul colpo.
Una vicenda che segnò tutto l'appennino emiliano, e le tantissime persone che ogni giorno – allora come oggi – operano nel soccorso nelle zone più difficili da raggiungere.
Charlie Alpha, Parma 
Marco Boselli: "Non doveva esserci quella nebbia e quella foschia in una giornata di sabato d'agosto. Ma Charlie Alpha non esitò e non tentennò un istante a tracciare la rotta verso quel luogo dove c'era una speranza di vita per un uomo, speranza che solo Charlie Alpha poteva dare. E nemmeno quelle nuvole lo fermarono nel varcarne l'ostile oscurità per cercare l'azzurro del cielo. Sul monte Ventasso, a quota 1670 metri, c'è una croce su una pietraia; su un sasso levigato quattro nomi: Annamaria, Corrado, Angelo e Claudio -Caduti in missione. Nei giorni di azzurro dai campi del Circolo, guardando per rotta 179, si può scorgere la pietraia del Monte Ventasso dove accadde la tragedia di tutti. Per i loro cari e per tutti noi rimarranno sempre scolpiti nel cuore".
 

A Parma, il servizio di elisoccorso è attivo da 27 anni: il primo intervento fu il 19 luglio 1988 a Varsi. L'elisoccorso è un’attività dei servizi d'emergenza 118 estesa in tutta Italia, che prevede l’utilizzo di elicotteri attrezzati per le emergenze sanitarie, l’intervento in tempi rapidi e la tempestività dell’ospedalizzazione, con la possibilità di scelta del luogo di cura più idoneo per la patologia. 

Il sistema dell'emergenza parmense
Esteso all’intero territorio provinciale, il Sistema dell’Emergenza parmense comprende la Centrale operativa 118 “Parma Soccorso” e l’elisoccorso dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, oltre all’indispensabile fitta rete del volontariato (Pubbliche Assistenze Anpas e Croce Rossa). Il Sistema assicura una copertura capillare del territorio e un soccorso tempestivo anche nelle zone più disagiate. L’elisoccorso, inoltre, effettua servizio anche nelle province di Piacenza e Reggio-Emilia oltre che nelle zone di confine con le province di Mantova, Cremona, Lucca e Massa. Il Sistema, proiettato in una logica sovra-provinciale, è inserito all’interno della rete regionale ed è organizzato anche per fronteggiare i grandi eventi avversi, le calamità naturali, le alluvioni e i terremoti.
Nel corso del 2014 si concretizzerà inoltre la realizzazione a Parma della Centrale operativa 118 “Emilia Ovest”, che gestirà tutte le chiamate di soccorso provenienti dalle province di Piacenza e Reggio-Emilia. In questo contesto operano gli infermieri specializzati della Centrale operativa 118 attivando la fase dei soccorsi alla persona e, a seconda delle situazioni, predisponendo il ricovero del paziente.
 
Il servizio di elisoccorso

L’attività prevalente è il soccorso primario, cioè quello eseguito direttamente sul luogo dell’evento. Altrettanto importante è l’attività di trasporto da ospedale a ospedale, in particolare verso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, centro di riferimento regionale (secondo il modello Hub & Spoke per la concentrazione dei casi più complessi) per le seguenti elevate specialità: Trauma center, Neurochirurgia, Cardiologia e Cardiochirurgia, Neuroradiologia, Nefrologia, Clinica Chirurgica e trapianti d’organo, Ematologia e Centro trapianti midollo osseo, Centro Ustioni e Terapia intensiva neonatale.

Nel 1° semestre del 2015 gli interventi sono stati 447, con un andamento in crescita rispetto al 2014 e al 2013, quando l’elisoccorso si levò in volo rispettivamente 808 e 747 volte. Analizzando i dati per codice di gravità, sempre nei primi sei mesi del 2015 il 20,8% ha riguardato i codici rossi il 47,68% i codici gialli, il 31,3 i verdi e solo nello 0,3% dei casi non c’è stato bisogno del ricovero (codici bianchi).

Gli interventi della Centrale Unica Emilia Ovest nei primi sei mesi del 2015 sono stati 56.197. Di questi 20.888 hanno riguardato la provincia di Parma, 22.694 quella di Reggio Emilia , mentre 12 615 hanno interessato il territorio piacentino.I mesi di maggiore attività dell’elisoccorso sono solitamente quelli estivi, da giugno a settembre. L’elicottero può alzarsi in volo a partire dalle 7.30 fino al tramonto e in condizioni metereologiche che consentano una visibilità pari a 1 chilometro in orizzontale e 150 metri in verticale.

Dal momento della richiesta di soccorso, l’elicottero è pronto per decollare in 2 minuti e 30 secondi circa. Il tempo di volo medio è di circa 12 minuti e 30 secondi: per raggiungere l’Autostrada del sole, per esempio, occorrono 5 minuti, per arrivare a Corniglio 10 minuti.

Ogni equipaggio dell’elicottero BK 117 in dotazione alla Centrale operativa 118 Emilia Ovest è composto da un medico rianimatore anestesista (presente a turno dagli ospedali di Parma, Piacenza e Reggio-Emilia), e due infermieri entrambi appartenenti alla struttura dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma di cui uno, HCM (Helicopter Crew Member), con compiti prevalenti di coordinamento della missione e gestione della sicurezza ed uno con prevalente funzione di tipo assistenziale. A Parma gli infermieri coordinatori volano in media circa 60 ore all’anno ciascuno. In totale, tra medici, infermieri, piloti e tecnici della manutenzione sono 92 le persone che partecipano al servizio di elisoccorso.

L’elisoccorso, oltre che nelle province di Parma, Piacenza e Reggio-Emilia, effettua servizio anche nelle zone di confine con le province di Mantova, Cremona, Lucca e Massa. Il Sistema è inserito all’interno della rete regionale ed è organizzato anche per fronteggiare i grandi eventi avversi, le calamità naturali, le alluvioni e i terremoti.

 

 

 

 

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Il 23 novembre del 1980, alle ore 19:34, un forte terremoto (magnitudo 6.9) colpì una zona dell’Appennino Campano-Lucano, un’area estesa tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Eravamo agli albori della Protezione Civile. Emblematico rimase il titolo del Mattino di Napoli del 26 novembre, tre giorni dopo il terremoto:FATE PRESTO.

Oggi, 34 anni dopo, il racconto dell'intervento delle pubbliche assistenze Anpas e la nascita della pubblica assistenza Grottaminarda. Di Rosanna Morelli, volontaria Pubblica Assistenza Grottaminarda.

Grottaminarda 1980

Sono cresciuta con l’idea del terremoto come un ricordo sbiadito, ma ben radicato. Da ragazzini ci piaceva andare alla “fratta”: la parte “terremotata” del paese, dove le vecchie case mezze cadute si trasformavano in un presepe vivente nel periodo di Natale. In mezzo alle macerie ancora vive giocavamo sereni come in uno scenario costruito ad arte.Una volta a Firenze nella sede di Anpas, Andrea, un volontario, mi ha detto: “Grottaminarda. Ma te un ti ricordi di quando si è venuti giù per il terremoto?” e con marcato accento toscano mi racconta la sua esperienza  come volontario a Grottaminarda, a “casa” mia, durante l’emergenza per il terremoto dell’Ottanta. Io me lo ricordo, ma non c’ero. Quell’episodio che mi aveva raccontato Andrea, l’avevo sentito da mio padre forse solo una volta. Mio padre parla molto, ma non del terremoto. Oltre a questa storia mi ha raccontato che si trasferirono in campagna, che avevano una vecchia tenda trovata non so dove, ma che dormivano in macchina, che faceva molto freddo e che mia sorella era piccola. "C'era Juventus-Inter, quella sera": tutti i maschi iniziano a raccontarlo così.

Poi è venuta L’Aquila e, a parte il freddo  pungente, il terremoto continuava ad essere un racconto un po’ più a colori rispetto a quello dell’ottanta. Poi c’è stato da “scienzaperta” ad “iononrischio” e una serie di conoscenze tecniche  hanno fatto si che  il terremoto  per me diventasse  un po’ più reale, meno romanzato, meno opaco. La cosa più bella di iononrischio è stata la “memoria storica”: il corso di Grottaminarda la domenica mattina è pieno di anziani che passeggiano, che hanno trovato spunto per i loro ricordi, si riconoscevano in foto, luoghi, sensazioni, e poi magari litigavano perché i ricordi non combaciavano. 

Stamattina Antonello mi ha chiesto “ma oggi è il compleanno della Pubblica Assistenza?”. Si siamo nati oggi, grazie alla nostra storia, grazie a quel maledetto terremoto, che nella mia mente è color “seppia”, a grazie a chi ci ha dato una mano e ci ha fatto venire la voglia di continuare a dare una mano sempre e comunque.

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INGV: speciale terremoto dell'IrpiniaArchivio multimediale delle memorie


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I segni forti del fuoco: l’incidente di Viareggio e il soccorso dei volontari

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Il 29 giugno 2009 alle ore 23:48, nei pressi della stazione di Viareggio, un deragliamento del treno merci 50325 Trecate-Gricignano provocò un incendio di grandi proporzioni a causa della fuoriuscita di gas da una cisterna contenente GPL. In totale si contano 31 morti (33 contando i due deceduti per infarto) e 25 feriti.
I volontari della Croce Verde di Viareggio, colpiti anche loro dall’incendio data la vicinanza tra il luogo dell’incidente e la sede associativa, riuscirono a intervenire portando assistenza alle vittime.

 

Il racconto di Carla Vivoli, attuale presidente della Croce Verde e in turno con la quarta squadra la sera dell’incidente.


Molti dei volontari della Croce Verde si recano sul luogo dell’incendio sin quella che fu la “zona rossa” provvisoria. Viene allestito un PMA nella Questura, sul lato Monte. Molti dei mezzi vengono distrutti dall’incendio, gli stessi locali dell’associazione vengono danneggiati. Contemporaneamente arrivano mezzi delle pubbliche assistenze della Toscana a supporto.

 

 

 

“La Croce Verde porta i segni forti del fuoco, dello sgomento, delle prime vittime quasi sulla porta di casa, si sente nell'aria perfino l'odore della distruzione” ha scritto Milziadi Caprili (all’epoca presidente della Croce Verde). “Rimane lo sgomento di una tragedia che non ha niente di naturale, che non dipende dalla pioggia, o da un terremoto ma dal fatto che la sicurezza vien scambiata con il profitto; che i controlli sono rallentati e i controllori licenziati per esubero”, continua Caprili.“Se questo nostro lavoro dovesse servire a mantenere la memoria di quanto è accaduto saremmo già soddisfatti. Se poi si dovesse anche dire di noi, della passione dell’impegno delle nostre volontarie e dei nostri volontari, ne saremmo felici”.
Fonte: La Croce Verde Racconta - Testimonianze di una notte (Andrea Nardi-Marco Olivi)

 

 

        


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Le pubbliche assistenze dell'Abruzzo e il racconto del terremoto della Marsica nell'anno del Centenario.

Avezzano, Italy, Earthquake of January 13, 1915. Scenes of Avezzano, Italy, Earthquake. Every street was like this

Avvenne alle ore 07:53, e fu dell'XI grado della Scala Mercalli (7.0 Richter) con epicentro nella conca del Fucino, ma l'ondata sismica colpì anche alcune zone dell'Italia centrale al confine col Lazio e la Campania, con effetti pari o superiori al VII grado Mercalli. Le vittime, secondo studi recenti, raggiunsero complessivamente il numero di 30.519. Avezzano, principale centro amministrativo dell’area, perse più dell’80% dei suoi abitanti (10.700 morti su un totale di poco più di 13.000 residenti), Gioia dei Marsi il 78%, Albe il 72%, Ortucchio e Pescina il 47%. Gli effetti più distruttivi interessarono non solo l’area del Fucino ma anche la Val Roveto, il Cicolano e la zona di Sora, nel Frusinate.

«Coloro che giunsero sul luogo il giorno 13 e il seguente udirono le rovine risuonare di grida, di gemiti, videro membra vive sporgersi fra le travi e i calcinacci, sentirono agonizzare intorno a sé tante vite per cui la salvezza il soccorso era disastrosamente insufficiente. Anche questa volta l’opera privata fu più sollecita che l’azione governativa, quantunque entrambe troppo impari al bisogno. Quel che sarebbe stato prezioso e lodevole il primo giorno diventa insufficiente e criticabile il quarto e il quinto», racconta Giovanni Cena, accorso nei luoghi del terremoto e che descrive in un reportage in cui propone la protezione civile e il servizio civile che verrà «Il disastro ha fortemente provato la terra e l’uomo, ma non li ha distrutti. L’uomo anela a rifarsi un focolare, un ambiente, una vita sociale sulla terra che ama. Aiutiamoli a fare da sé! Il terremoto è una guerra. Vi sono delle difese preventive, le abitazioni antisismiche. Ma noi abbiamo troppe maravigliose città monumentali per immaginare che in un prossimo avvenire gl’italiani vi rinuncino per fabbricarsi delle città di legno, e intanto dobbiamo pure pensare alle sconfitte che questa guerra potrà ancora infliggere.

La guerra vuole una milizia. L’ideale della guerra moderna non è di creare dei cataclismi rapidi e intensi per imporre la pace! E poiché questa guerra infierisce su donne e bambini, ma è anche vero l’opposto: le energie si esaltano, l’incuranza della propria vita dove infuria la morte suscita gli atti eroici.

Questa milizia resterebbe sempre inoperosa perché il terremoto è raro. Essa non potrebbe esercitarsi, perché non si può allestire un terremoto artificiale. Stessa obiezione potrebbe farsi per la guerra. Eppure per la guerra vi si dedica una preparazione permanente e meravigliosa per la sua complessità. Un servizio obbligatorio per la gioventù essendo utile all’individuo quanto alla società, io penso che il servizio militare evolverà verso un servizio civile e sociale. Vi è un piccolo esempio in italia di milizia sociale. I giovani di Saint Rhèmy, ultimo nostro paesello verso il gran san bernardo sono esentati dal servizio militare, ma obbligati per dieci anni a tenere sgombra la strada dalla neve e ad accompagnare i viaggiatori, durante l’inverno, al famoso valico alpino

L’educazione moderna può facilmente preparare la gioventù a questo compito patriottico e sociale. Incominciando dalle scuole elementari, invece di una ginnastica a vuoto, s’insegnino gli atti della pubblica assistenza. I ragazzi esploratori ora addestrati quasi soltanto alla vita militare, imparino questa nuova forma. Le società sportive preparino i loro membri a questo servizio sociale, ne saranno nobilitate.

L’Italia, cui la natura è prodiga di meravigliosi doni e di tanti elementi di sventura, può dare all’umanità questo nuovo esempio e una nuova milizia che incarni un patriottismo, un eroismo profondamente umano, di fronte al quale la difesa materiale delle frontiere non è che il primo gradino». 

 

Avezzano: i volontari della Croce Verde Civitella Roveto al monumento di Avezzano

Radici spezzate - Il terremoto della Marsica raccontato da INGV

FarAnpas: l'esercitazione di protezione civile a Fara San Martino

Faranpas in 10 foto (a cura del gruppo comunicazione Anpas Abruzzo)


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Il montaggio della tensostruttura in timelapse (di E. Bruni)

 

Nel 2009 l’Archivio storico di Anpas Nazionale ha ricevuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali – So­vrintendenza Archivistica per la To­scana la dichiarazione di interesse culturale in quanto esso costituisce “una fonte di primaria importanza per lo studio dell’associazionismo di Pubblica Assistenza in Italia” e per documentare la storia sociale, la tradizione e l’innovazione dell’assistenza pubblica in Italia

L'inaugurazione dell'Archivio storico di Anpas

Consulta l'archivio storico Anpas online

 

Come e quando consultare l'Archivio Storico Anpas. L’Archivio storico di Anpas nazionale e del Comitato Regionale Anpas Toscana si trova in Via Pio Fedi 46/48 a Firenze.   È possibile la consultazione on line degli inventari attraverso la piattaforma informatica OsseeGenius.  La consultazione dei fondi archivistici è aperta ad utenti esterni previo appuntamento dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle ore 17.00.  

Per gli appuntamenti per la consultazione dell’Archivio scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Tel. +39 055.303821 – 055.787651

 

 

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