19 marzo, festa del papà: Non farò mai volontariato

Una storia, come le tante che si incontrano nelle pubbliche assistenze, di una figlia che vede l'esempio del padre, volontario...

19 marzo: auguri papà

“Non farò mai volontariato”. Così era deciso e così sarebbe stato. A nove anni, forse, ero ancora troppo piccola per fare programmi a lungo termine, ma di questo ne ero certa: era la cosa più normale e giusta da dire! Arrabbiata e con il broncio pensavo a quegli individui in arancione: sempre allegri, sempre pronti a lasciare tutto per aiutare qualcuno.

Era il 1999, l’anno della “Missione arcobaleno”, delle serate passate insieme ai miei genitori e agli altri volontari a smistare la roba da mandare al campo di Comiso. L’anno in cui ho visto uscire mio padre con un grande zaino blu con la scritta gialla “Protezione Civile”.

L’ho visto uscire e tornare mesi dopo stanco, dimagrito e senza voce. Era anche l’anno della mia prima comunione. Tutto era pronto: la tunica bianca (che mi aveva lasciata scontenta, perché avrei preferito non metterla), il ristorante per festeggiare con i parenti, gli inviti alle amichette di scuola. C’era tutto e mancava tutto. Mamma continuava a insistere e cercava di convincermi che sarebbe stato meglio rinviare la comunione, perché probabilmente mio padre non avrebbe potuto raggiungerci quel giorno. Avrebbero parlato con il prete e, magari, avrei potuto farla da sola, e con il vestito che piaceva a me invece della tunica.Però, anche solo l’idea di fare tutto da sola, al centro della chiesa, senza i compagni del catechismo m’innervosiva. Mi terrorizzava.

Che avevano di speciale quei bambini kosovari di cui mi parlavano tutti e così tanto, che avevano per prendersi mio padre e per costringere me a rinviare la comunione? Era davvero così importante quella divisa? Più importante di me?Negli anni quell’idea si consolidò: mai e poi mai avrei indossato una divisa e nessuno avrebbe meritato così tanto del mio tempo.Era un pensiero che prendeva forza ogni volta che dovevo rinunciare a qualcosa per via dell’associazione: per i cenoni di capodanno fatti di fretta perché poi si doveva correre chissà dove, per i ferragosto passati in città invece che al mare, per le vacanze a cui si rinunciava, per i saggi di danza che mio padre si era perso, per tutte le domeniche senza di lui.

Quelle quattro mura tinte di blu dagli stessi volontari, sembravano tutto il loro mondo. Il loro mondo, appunto: non il mio! Li osservavo uno ad uno e non riuscivo mai a capirli fino in fondo. Quando la tua sorellina minore è un’associazione di volontariato, se è nata due mesi dopo di te e c’è sempre stata, anche più di te, è difficile far capire alla gente cosa si provi ed è ancora più complicato spiegarlo a te stessa. È insieme un sentimento buono per un posto che conosci come casa, dove hai detto le prime parole e buttato i primi passi, ma è anche la rabbia per quel qualcosa che ha assorbito il tempo di chi avresti voluto lo dedicasse solo a te. Durante gli anni del liceo mi dicevano di provarci, perché mi sarebbe piaciuto fare volontariato. E io ci provavo per qualche mese, ma poi tornavo sui miei passi. Era troppo lontano da me e da quello che volevo. Non m’interessava sapere montare una tenda o utilizzare una spinale. Iscrivermi in associazione, mettere la divisa, sarebbe stato come procurarmi una violenza, distruggere quel castello di idee dietro cui mi ero trincerata.Non immaginavo affatto che sarebbe bastato un niente per cambiare tutto. Il 2 ottobre del 2009, la pioggia si porta via una montagna. C’è tutta una città invasa dal fango, si parla di morti, forse più di trenta, di feriti, di sfollati.

Non c’è troppo tempo per riflettere e non me lo chiedo nemmeno. Arriva naturale l’istinto di andare, con l’incoscienza dei miei 19 anni e l’inconsapevolezza di quello che poi avrei trovato. Arrivata a Giampilieri e Scaletta mi guardo intorno e vedo solo fango. Le strade non esistono più e su case e macchine si vede solo terra. L’aria è pesante e c’è un odore che ti entra in testa e non esce.Sono rimasta lì per quasi un mese senza sentire mai il bisogno di tornare a casa. Ogni volta che la pioggia tornava incessante e qualcuno aveva paura, sapevo che anche una pacca sulle spalle avrebbe fatto la differenza.Una mattina di Novembre, quando eravamo quasi al termine dell’emergenza e io tutta presa dalle carte della segreteria, è venuto Manuel. Era alto quasi quanto la scrivania, una felpa rossa con il cappuccio e gli occhi grandi. Si è avvicinato con delicatezza, ha messo le mani sulle mie gambe e guardandomi mi ha detto: “Tu sei quella che è venuta a togliere il fango dai miei giocattoli?”. Quella mano sulla mia divisa arancione, quel sorriso spontaneo, quegli occhi pieni di fiducia mi hanno dato le risposte a tutte le domande che per anni mi ero posta.

Vicino alle tende blu dei volontari, mentre Manuel mi tirava la palla per giocare, ho capito che la vita che mi ero imposta di non fare era quella che, probabilmente, mi avrebbe resa più felice. Dopo Giampilieri non sono più riuscita a fermarmi. È stato facile preparare la divisa e partire per l’Emilia a qualche giorno dal sisma, ancora più facile tornarci la seconda volta. Mi dicono spesso che sono cresciuta “a latte, biscotti, zucchero e volontariato”, ed è vero: sono cresciuta tra queste divise arancio e sono stata una ragazzina arrabbiata. Ma con gli anni, ogni volta che ho incontrato il sorriso di un bambino, la mano di un anziano, gli occhi di qualcuno che aveva bisogno, ho capito che tutto il tempo che mi era stato tolto, tutte le attenzioni che non avevo ricevuto, erano servite a qualcosa di più importante e più grande. Non sono mai mancate le difficoltà sul campo: il confronto, lo scontro con i compagni di viaggio, i problemi che nell’emergenza finiscono sempre per moltiplicarsi, l’identità fragile di volontario che viene spesso considerato come qualcuno che ti “deve” qualcosa, subito e senza compromessi. Ma sono cresciuta e adesso so che è sempre utile avere un cambio veloce a disposizione in associazione, so che se fuori nevica è meglio tenersi pronti per una notte da passare in bianco, so che se il telefono suona è perché bisogna correre.

Un giorno, in Emilia, al Campo Costa di Mirandola, una donna mi ha fermato e mi ha detto che era bello vedere giovani come me, che il mio sorriso le migliorava la giornata. Poi ha pianto e mi ha abbracciato. Stretta in quell’abbraccio, ho pensato alla bambina che ero, alla determinazione che avevo messo nel non diventare come mio padre, a tutte le parole cattive che in certi momenti avrei voluto dirgli. In quella morsa di amore gratuito ho capito quanto, invece, sono diventata come lui. Quanto sarei stata una donna diversa se lui non fosse stato il padre che è stato.

“Io non farò mai volontariato” avevo detto, e non sapevo quanto mi sbagliavo.

-Miriam Colaleo, volontaria

 

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