6 maggio 1976, l'intervento in Friuli: i primi 4 giorni ad Artegna

6 maggio 1976, terremoto del Friuli Cronaca

di Gian Beppe Gatti da Croce Verde Notizie Periodico d’informazione della Croce Verde Torino, Croce Verde di Torino
Con la lucida freschezza dei ricordi dei fatti del passato che è propria di chi spesso, non ricorda quel che ha fatto il giorno prima, rivivo l’esperienza dei tragici giorni del terremoto in Friuli. La sera del 6 maggio 1976, alle ventuno, pochi minuti dopo la scossa, mi recai in Croce Verde, dove si stava svolgendo il Consiglio Direttivo. Il dottor Di Giovine, all’epoca nostro Commissario Prefettizio oltre che Vice Prefetto di Torino, si era già messo in contatto con un collega di Milano che gli confermò che una forte scossa di terremoto si era verificata nell’area del Nord Est. Si pensò subito a pianificare l’organizzazione di un possibile primo intervento e ricordo, con un pizzico di orgoglio, che alle ventitré, neanche due ore dopo l’allarme, una squadra di volontari era già pronta a partire.

La prima squadra era coordinata da chi scrive, all’epoca vice direttore dei servizi, e dai militi Azzalin, Cocciolo, Guerra, Losito, Merlo, Ricchiardi, Rumiano, Sgambeterra, Turbil, Vaona e un esterno, amico di qualche milite, che possedeva un Land Rover passo lungo che con la nostra ambulanza Fiat 238 ci permise il trasporto di tutto il materiale sanitario, delle tende e dei viveri necessari per renderci autosufficienti per 4/5 giorni. Trenta ore dopo l’evento del sisma, al termine di un lungo viaggio, rallentato dalla Prefettura, che in un primo tempo non ci diede il permesso di partire, e dalle condizioni dei mezzi a nostra disposizione certamente non veloci e troppo carichi, arrivammo a Udine verso le 3 di mattina. Ci presentammo prima alla Prefettura, quindi al Comando dei Vigili del Fuoco che fungeva da centro di coordinamento. Qui era stato approntato un tabellone con l’elenco dei comuni interessati dal terremoto e le varie colonne con le indicazioni relative ai medici, le ambulanze, i farmaci, le tende, i generi alimentari e tutto quello che poteva servire.

Il vigile responsabile, dopo averci chiesto di cosa disponevamo, consultò il tabellone e ci assegnò il comune di Artegna come nostra area di competenza; in quel paese confinante con Gemona, che era il centro più colpito dalla scossa, non era ancora entrato nessuno. Raggiunta quindi Artegna, ci rendemmo subito conto della gravità della situazione: nelle vie del paese si procedeva a fatica in mezzo alle macerie. Nella piazza della Chiesa, vicino al Municipio, trovammo allestito un piccolo pronto soccorso gestito, dalla sera del sei, dall’ostetrica del paese che, con l’aiuto del marito e di una volontaria, aveva ininterrottamente fatto fronte alle richieste di soccorso. Furono davvero felici di vederci, soprattutto la signora che era quasi al collasso per lo stress e la fatica cui si era sottoposta. Dopo aver velocemente scaricato i mezzi, montammo due tende, una adibita ad ambulatorio, la seconda per creare una piccola farmacia. Nel frattempo l’ambulanza, alla guida dell’instancabile Merlo, iniziò a operare senza sosta per soccorrere e trasportare i tanti feriti all’ospedale di Udine.

Operammo senza sosta con i pochi mezzi che avevamo a disposizione. Il nostro gruppo si andò allargando con il passare delle ore: dapprima si misero a disposizione due giovani, una ragazza che conosceva tutto del paese e un ragazzo munito di motorino che, tramite la rete dei radio amatori ci procurava ogni cosa di cui sorgesse necessità; poi, due suore ci offrirono la loro opera e furono subito impiegate nella gestione della farmacia. Arrivarono anche altri medici da Trieste e da Reggio Emilia.

Il primo giorno fu intensissimo, con una temperatura estiva, ma solo verso mezzanotte, sopraffatti dalla stanchezza, raggiungemmo il torrente per rinfrescarci. Il giorno seguente iniziammo di mattina presto con 2500 vaccinazioni per la popolazione. A metà del terzo giorno arrivò da Torino una seconda squadra, composta da Cabodi, Galliano, Macario, Pasquino, Vianco, a capo di una colonna di aiuti inviati dalle Pubbliche Assistenze piemontesi. I nuovi arrivati si trovarono, oltre all’impegno di prestare aiuto alla popolazione, anche quello di trasferire il campo, poiché una forte scossa delle sei di quella mattina aveva reso pericolosa la zona vicino al Municipio, sede del nostro punto operativo.

Quando nel pomeriggio del quarto giorno arrivò il nostro cambio con a capo Pier Mario Rosso, fummo dispiaciuti di dover lasciare tutto ciò che in quattro giorni avevamo messo in piedi, pur riconoscendo dentro di noi che la resistenza fisica ed emotiva era veramente al limite. Ho riassunto in poche righe la cronaca dei quattro indimenticabili giorni trascorsi ad Artegna sotto l’incubo del terremoto, ma occorrerebbero davvero molte pagine per parlare dei tanti aneddoti, delle persone e dei loro volti, dell’umanità trovata in quei luoghi di sofferenza.

Nel 2006, con Merlo e Rosso, in occasione del trentennale del terremoto, siamo ritornati ad Artegna, dove abbiamo incontrato persone che ancora si ricordavano di noi, abbiamo rivisto luoghi che per trent’anni erano rimasti nel nostro cuore e nella nostra memoria, e che lì continueranno a rimanere per sempre.

Dopo l’intervento iniziale della prima squadra, dalla Croce Verde partirono solo dei mezzi per il trasporto dei materiali di vario genere che erano raccolti a Torino. Così successe da tutte le regioni italiane. Non esisteva una protezione civile organizzata (da lì nacque poi il primo nucleo nazionale sotto la guida di Zamberletti), non esistevano campi organizzati, ma gli sfollati erano ricoverati solo nelle baracche. Il coordinamento dei soccorsi è stato attivo solo all’inizio per smistare le squadre di primo soccorso. In seguito, l’arrivo del materiale non era organizzato (ognuno mandava quello che raccoglieva) e lo smistamento era un po’ un ”assalto alla diligenza”. Esisteva un minimo di assistenza medica, dopo la prima fase critica di soccorso per la raccolta dei feriti, fatta da medici volontari per le operazioni di vaccinazione, ecc.


Dal sito www.protezionecivile.gov.it

Militari, civili, volontari impegnati nelle operazioni di scavo e nelle prime cure ai feritiIl terremoto venne avvertito in quasi tutta l'Italia centro-settentrionale, fino oltre Roma. La zona maggiormente colpita fu la media valle del Fiume Tagliamento, ma i paesi interessati dai danni furono numerosissimi. In totale 119 comuni nelle province di Udine e Pordenone subirono danni più o meno gravi. Nonostante fosse conosciuta l’elevata sismicità della regione ed in particolare della zona di passaggio tra la pianura ed i rilievi montuosi, la maggior parte dei comuni gravemente danneggiati, come ad esempio Buia, Gemona ed Osoppo, non erano classificati sismici e non erano quindi soggetti all’applicazione di norme specifiche per le costruzioni,
Il danno al patrimonio edilizio fu enorme ed anche l’impatto sull'economia fu notevolissimo: circa 15.000 lavoratori persero il posto di lavoro per la distruzione o il danneggiamento delle fabbriche.

Nelle ore che seguirono la violenta scossa, la forte presenza militare in Friuli consentì, fortunatamente, che le operazioni di soccorso fossero sufficientemente rapide ed efficaci, facilitando lo sgombero delle macerie, l'allestimento di ricoveri provvisori e cucine da campo, la riattivazione dei servizi, riducendo così i disagi ai terremotati. Il sisma del 1976 in Friuli ebbe un forte impatto sull’opinione pubblica; peraltro fu anche il primo terremoto in cui “la diretta” televisiva portò le immagini del dolore e della distruzione in tutte le case italiane.

La scossa del 6 maggio fu seguita da numerosissime repliche, alcune delle quali molto forti; in particolare la scossa del 15 settembre, alle ore 10:20, magnitudo 5.9 (Maw), che raggiunse l’intensità del VIII-IX grado MCS provocando 12 vittime, ulteriori distruzioni ed aggravando il danno già causato dal terremoto del 6 maggio agli edifici non ancora riparati.

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