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Il Servizio Sanitario Nazionale compie 40 anni. Anpas tra i protagonisti della riforma

Petrucci: «la storia delle pubbliche assistenze ci insegna che il movimento cresce nei momenti di cambiamento».

12 dicembre 2018 – In occasione dei 40 anni dell’istituzione del SSN riprendiamo un estratto da “OLTRE LA SOLIDARIETÀ. La Federazione Nazionale delle pubbliche assistenze (1970-1991)” di Franesco Vegni 

L’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale giunse alla fine di una fase particolarmente proficua in materia di politiche sociali. In particolar modo verso la fine degli anni ‘70 lo slancio riformistico, seppur tardivo, portò a due importantissimi risultati. Il primo è rappresentato dalla legge 180, del maggio 1978, che rivedeva le politiche italiane in materia di malattia mentale. Si trattava del capitolo finale di una lunga battaglia condotta da Franco Basaglia, prima all’ospedale psichiatrico di Gorizia e successivamente in quello di Trieste, per la chiusura dei manicomi e per un diverso trattamento del malato mentale, volto a ridargli dignità e reinserirlo nel contesto sociale. Sei mesi dopo questa importante conquista, il 23 dicembre 1978, venne finalmente istituito il Servizio Sanitario Nazionale, rendendo universale un sistema fino a quel momento frammentario e limitato. Prima della riforma, infatti, l’assetto sanitario si basava su una pletora di enti assistenziali e istituzioni private, e a partire dal 1948 erano state create non meno di 15 commissioni per provare ad uniformare e razionalizzare l’apparato pubblico in materia, senza ottenere particolari risultati. La popolazione, priva di una copertura totale, aveva accesso all’assistenza
sanitaria tramite enti che garantivano l’assicurazione sulla salute:
I lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, appartenevano generalmente all’Inam, Enpas, Inadel o Endep; i lavoratori autonomi avevano tre grandi casse mutue: degli agricoltori, degli artigiani e dei commercianti. Esistevano anche parecchi enti minori per diversi gruppi e corporazioni. Tutte queste istituzioni, comunque, erano centri di potere politico, clientelismo e corruzione. La legge del 1978, invece, cercò di evitare questa dispersione e di creare un sistema più omogeneo e funzionante. Per tale motivo furono create le Unità Sanitarie Locali, che divennero gli organismi di base che si occupavano dell’assistenza sanitaria su tutto il territorio nazionale, con sedi ubicate in ogni comune e in ogni quartiere delle principali città.
(…)
Il dinamismo dimostrato dai volontari, che in molti casi ha coperto gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, non poteva certo essere ignorato all’interno del nuovo progetto di legge. La Federazione, pertanto, avviò fin da subito i contatti con alcune amministrazioni comunali, raggiungendo ben pochi risultati nei primi anni ‘70, evidenziando ancora una certa diffidenza delle forze politiche nei confronti del volontariato.
Nella riunione del Consiglio nazionale del 2 dicembre 1978, poco prima dell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, il nuovo Presidente della Federazione Patrizio Petrucci, facendo il punto della situazione, riscontrava il fatto che le associazioni di volontariato erano presenti in tre articoli: «l’art. 1 inquadra le associazioni nel progetto generale della riforma; l’art. 45 prevede il meccanismo di salvaguardia delle IPAB e il meccanismo di raccordo tra le associazioni e le U.S.L.; l’art. 71 svincola le associazioni di volontariato dal controllo della CRI». Inoltre, «l’impianto della riforma si articola in un mosaico di competenze regionali e locali che rafforza la scelta delle autonomie locali e che traccia una linea politica pubblica dell’intervento sanitario»
Nella fattispecie, l’art. 45 (associazioni di volontariato) riconosce «la funzione delle associazioni del volontariato liberamente costituite aventi la finalità di concorrere al conseguimento dei fini istituzionali del servizio sanitario nazionale», mentre l’art. 71 (Compiti delle associazioni di volontariato) definisce i compiti delle associazioni «in base a convenzioni da stipularsi con le unità sanitarie locali interessate per quanto riguarda le competenze delle medesime». Quest’ultimo punto non era affatto secondario, dal momento che il sistema delle convenzioni portò notevoli vantaggi alle pubbliche assistenze, le quali videro aumentare le proprie entrate nel giro di pochi anni, riuscendo in tal modo a garantire una migliore qualità del servizio: «in soli tre anni, dal 1978 al 1980, il volume delle entrate garantite a livello nazionale dalle convenzioni con le Regioni e con altri enti locali crebbe da 2 a 5 miliardi».
(…)

 

1995_06_30-07_02_EsercitazioneRegionaleProtCiv La Croce Gialla di Chiaravalle

Secondo Patrizio Petrucci “La riforma sanitaria è stata determinante, grazie a Maria Eletta Martini, democristiana, che portò me, che ero di sinistra, in Via delle Botteghe Oscure, sede del PCI. Quando mi presentava diceva sempre: “come vedete non sono solamente i cattolici che fanno volontariato”. Ricordo che c’era il responsabile della Sanità, che si chiamava Scarpa, che era nettamente contrario all’articolo 45 della riforma che introduceva per la prima volta il volontariato, perché diceva: “il volontariato ruba il posto agli infermieri”. Questa era l’idea di volontariato. Ciononostante facemmo diversi incontri, in cui abbiamo avuto modo di confrontarci con il mondo della politica, con la DC e con il PCI, e alla fine passò questo articolo, che per la prima volta in Italia riconosceva il volontariato. Questo articolo introduceva un concetto che prima non c’era, ovvero che i cittadini potessero fare volontariato intervenendo insieme agli organismi dello Stato, che non era affatto scontato. Fu un’apertura che permise al mondo del volontariato, che aveva voglia di camminare, di occupare spazi in maniera progressiva, dal settore sanitario a tutte le varie forme di aggregazione e di partecipazione. Tutto fu possibile grazie a questo semplice articolo, che ti garantiva il riconoscimento ad intervenire insieme agli organi istituzionali. Prima eravamo soli, il sostegno ci arrivava solo dalle oblazioni, da quei pochi servizi che facevamo e dalle iniziative. Quando invece iniziò il rapporto con il pubblico si aprì il discorso delle convenzioni e il volontariato cominciò a pensare al ruolo che voleva avere.
Nell’ottobre del 1978 si svolse a Viareggio la prima assemblea del volontariato delle pubbliche assistenze, che scardinava il meccanismo del gruppo chiuso e senza la quale non sarebbe mai cambiata la storia delle pubbliche assistenze. Cominciò a crearsi un nuovo gruppo dirigente, e questo non è stato un passaggio secondario. Era sempre stato difficile parlare di progettualità ma, in quel momento di forte politicità, dire qual era il ruolo
del volontariato nella nuova società attirava molto, attirava anche le persone che facevano normalmente servizio d’ambulanza. Un’idea che si legava ad un dibattito politico che si trovava da tutte le parti, non solo nelle pubbliche assistenze. Da quel momento in poi le pubbliche assistenze cominciarono a crescere molto e ad allargarsi, per cui c’era bisogno di tenere unite tutte le anime al suo interno.

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